Due novità Nonostante edizioni

Ci piace pensare alla “nonostante edizioni” come all’Angelus Novus di Walter Benjamin, che volge le spalle al futuro incornando con ostinazione il vento imperante che lovorrebbe trascinare via

Testi-segreti-210x280TESTI SEGRETI

Marguerite Duras

Testi segreti sono tre racconti, intimi e assoluti al tempo stesso. Intimi, perché, pur non essendo le pagine di un diario autobiografico, lasciano intravedere come in filigrana le tracce di un vissuto, le cicatrici di antiche e più recenti passioni. Ecco allora che non è difficile riconoscere nell’uomo seduto nel corridoio Gérard Jarlot, l’«ultimo cliente della notte» con cui Duras condivise la follia di quelle giornate in riva alla Loira, in quel paese del nord dove si era recata per seppellire, senza dolore, il cadavere della madre. Così come quell’uomo atlantico ripreso dall’obiettivo della cinepresa ha le fattezze di Yann Andréa, «il bretone con gli occhi azzurri, pallido e dinoccolato, timido studente di filosofia soggetto a cicli depressivi» (Postorino), il giovane omosessuale che fu l’ultimo compagno e l’ultimo grande amore di Duras. Assoluti invece, perché partendo dalle rive della Loira o da Trouville si giunge fino a quella «falla improvvisa nella logica dell’universo» dove si consuma, come scrive Rosella Postorino, l’inaudito «scisma tra amore e desiderio», l’incontro cioè «tra un uomo e una donna assoluti, che in assoluto mostrano lo scacco inevitabile di ogni rapporto». Una coppia, la coppia: l’uomo e la donna, personaggi – ma forse sarebbe più giusto chiamarli attori – senza nome, quasi degli archetipi che portano sui loro corpi i sintomi di quella malattia della morte che Duras stessa imparò a riconoscere nella «strana inclinazione» del desiderio che condivise con Jarlot o nell’amore senza desiderio di Yann. Una malattia segreta che Duras ha saputo trarre dall’intimo di una vita e farla assurgere all’assoluto della letteratura. Un viaggio, come scrive sempre Postorino, «al confine del linguaggio». E dell’amore.

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IL TRAM

Claude Simon

«Fin dalla prima lettura, Il tram mi ha trasmesso un senso di meraviglia. Siete riuscito in qualcosa di unico, ribollente d’emozione e di una coerenza perfetta. Se qualcuno mi chiedesse da quale libro converrebbe iniziare per avvicinare l’opera di Claude Simon, non esiterei nel rispondere: da questo qui».

(dalla lettera inviata dall’editore Jérôme Lindon a Claude Simon il 12 luglio del 2000)

L’ultimo romanzo di Claude Simon, forse quello più asciutto, minimo. Più che un compendio, un distillato, perfetto nella sua essenzialità. Tutto è condensato in poche pagine, una rara eccezione per la scrittura solitamente abbondante e cumulativa di Simon. La trama è un tragitto, quello di un tram chiamato memoria. Lungo i suoi binari transitano i ricordi pendolari dell’infanzia, che un uomo a fine vita, dal suo ricovero, rivede passare. Il tram, utilizzato per il trasporto scolastico, collega una città di provincia alla vicina spiaggia, distante una quindicina di chilometri. Il suo andare e venire da un terminale all’altro scandisce il corso della vita, con i suoi insignificanti e crudeli avvenimenti. La vita, sembra dirci Simon, non è che un transito – come ricorda beffarda la scritta TRANSIT sulla porta della camera dell’ospedale – attraverso «i successivi stadi della macchina umana dalla nascita all’agonia passando per tutte le deviazioni e le anomalie possibili sino al suo definitivo disfacimento». La rievocazione del mezzo di trasporto e dei luoghi da questo attraversati si incrocia e si sovrappone con l’ esperienza della malattia. Le due situazioni, poste agli estremi della vita dell’autore, dialogano tra loro grazie a un sottile gioco di rimandi e richiami che costituisce la struttura stessa del romanzo. Nella sua fragilità, la vita si ostina a seguire il suo corso attraverso dedali di corridoi e padiglioni di un ospedale, e imprevedibili coincidenze portano a volte i due tragitti – quello della vita e quello della memoria – a confondersi.

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Pubblicato in Libri (25/3/2015)

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